Studio di Psicologia e Psicoterapia                                Dott.ssa Catulla Contadin                                      Noventa Vicentina - Vicenza

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Dott. Catulla Contadin - Psicologa infantile - Psicoterapeuta - Noventa Vicentina (Vicenza)

Rabbia e aggressività nei bambini

Cos'è l'aggressività?

     Nel linguaggio comune il termine aggressività viene usato per indicare comportamenti molto diversi tra di loro. È aggressivo  un bambino che prende a pugni un compagno ma anche un capoufficio che alza la voce con un subordinato di fronte ai colleghi; è aggressivo un marito che in preda alla furia lancia un piatto in direzione della moglie ma anche un adolescente che si diverte a rompere la play station di un coetaneo. 

     L’aggressione può essere definita come un comportamento intenzionale, finalizzato a colpire verbalmente o fisicamente un’altra persona, o a distruggere una proprietà.

Come si manifesta l'aggressività nell'arco dello sviluppo infantile?

       Nei primi anni di vita l’aggressività è generalmente legata alle limitate abilità sociali dei bambini e si manifesta soprattutto a livello motorio e in modo indifferenziato. Un bimbo di tre anni al quale è stato rubato un gioco di mano può reagire con una forte scarica emotiva e mettersi a urlare, a scalciare, a mordere o picchiare il compagno che si è appropriato dell’oggetto che aveva in mano poco prima. Si tratta di reazioni immediate, che scattano ogni volta che qualcosa turba lo stato emotivo del piccolo o gli impedisce di soddisfare un suo bisogno. Questa forma di aggressività, che potremmo considerare fisiologica, è destinata a diminuire nel momento in cui il bimbo matura nuove abilità relazionali, emotive e cognitive.

      Durante il periodo della scuola dell’infanzia (3-6 anni) le aggressioni fisiche diventano meno frequenti perché il bambino esprime le proprie esigenze anche attraverso il canale verbale, impara progressivamente a rimandare la gratificazione di un desiderio e soprattutto capisce che negli scambi tra coetanei l’aggressività fisica non è accettata. Cresce il sentimento dell’empatia e gli adulti danno chiari segnali in merito ai comportamenti che possono essere tollerati e a quelli che verranno puniti. D’altro canto, però, il bambino impara che è possibile “colpire” l’avversario con prese in giro o insulti.

     Nel periodo della scuola primaria le manifestazioni di aggressività fisica diretta continuano a diminuire mentre compaiono più spesso forme aggressive strumentali, sostenute dal desiderio di acquisire e mantenere il possesso di certi oggetti o posizioni all’interno del gruppo. I bambini che continuano a fare ampio ricorso agli attacchi fisici a persone o cose sono ora chiaramente mossi dall’intenzione di danneggiare; non a caso, le prime segnalazioni per disturbi della condotta avvengono proprio a questa età.

     Quando il comportamento aggressivo persiste oltre gli 11-12 anni significa che tale modalità di relazione si è stabilizzata ed è diventata una vera e propria problematica comportamentale.

Aggressività proattiva e reattiva

       Riflettiamo su una situazione che potrà esservi capitato di osservare nel vostro quotidiano. Gianni, 10 anni, sta giocando tranquillamente a pallone con un paio di amichetti nel parco sotto casa. Arriva un ragazzo che lo strattona, gli ruba la palla e la scaglia lontano. Gianni si infuria, guarda con rabbia l’avversario che ora lo sta prendendo in giro chiamandolo femminuccia, e senza pensarci due volte gli si scaglia addosso con tutta la forza che ha. La reazione di Gianni è una forma di aggressività calda, un comportamento innescato da un aumento del suo livello di attivazione fisiologica, da emozioni di rabbia mista a paura che lo spingono ad attaccare per ridurre il suo stato di stress. Questo tipo di aggressività reattiva è frequente in età prescolare. Spesso i bambini più piccoli sono spinti da emozioni che non sanno gestire in modo appropriato, faticano a prevedere le conseguenze delle proprie azioni, possiedono uno scarso repertorio di abilità sociali e talvolta interpretano comportamenti neutri dei compagni in modo errato, come se fossero degli atti provocatori.

     Facciamo ora un altro esempio. All’intervallo Tommaso si avvicina a Michela che sta chiacchierando tranquillamente con le sue amiche, le ruba il berretto, lo calpesta e poi lo scaglia fuori dalla recinzione della scuola. Michela si infuria, protesta perché ieri il coetaneo ha fatto la stessa cosa con la sua sciarpa, ma non ottiene alcun risultato. La ragazzina riferisce piangendo l’accaduto all’insegnante mentre Tommaso si gode le pacche sulla spalla di un paio di compagni di classe. “Grande Tom! Guarda come frigna quella gallinella”. Arriva la professoressa, manda Tommaso in classe promettendogli l’ennesima nota sul registro, ma il ragazzo alza le spalle e strizza l’occhiolino agli amici. In questo caso Michela non ha fatto nulla per provocare Tommaso; il comportamento del ragazzo può essere definito come una forma di aggressività proattiva, fredda, un’azione finalizzata intenzionalmente a provocare un danno alla compagna per ottenere un vantaggio personale. In età prescolare e scolare i bambini ricorrono a comportamenti simili perché hanno imparato che costituiscono un’utile strategia di interazione per riuscire ad imporsi sugli altri.

Cosa influenza il comportamento aggressivo?

    In passato diverse teorie psicologiche hanno cercato di spiegare l’insorgere del comportamento aggressivo nell’essere umano.

 

   Alcune di esse, come la teoria psicanalitica di Freud o gli studi etologici di Lorenz, hanno dato maggiore importanza agli aspetti innati, definendo la scarica aggressiva come un comportamento rigido, non modificabile dall’esperienza e di conseguenza ereditario.

 

   Gli studi più recenti sulla prosocialità, tuttavia, hanno messo in dubbio l’idea che l’uomo sia naturalmente aggressivo dimostrando che già a 1 anno i bambini manifestano elementari segni di empatia.

    Dollard e Miller hanno ipotizzato che il comportamento aggressivo possa scaturire da uno stato di frustrazione mentre Carr e collaboratori ritengono sia legato alla scarsa capacità che hanno alcuni individui di esprimere verbalmente i propri bisogni e sentimenti.

     Il modello cognitivo-comportamentale ha provato che se l’ambiente circostante rinforza un comportamento aggressivo, aumenta la probabilità che il bambino lo ripeta in futuro. Immaginiamo, ad esempio, che una madre chieda al proprio figlio di riordinare i giochi perché è pronta la cena. Il bimbo inizia a urlare, ripete che non ne ha voglia, che ha tanta fame, e corre verso il tavolo per sedersi. Il genitore ribadisce la richiesta ma in modo poco convinto e il figlio reagisce buttandosi a terra e nascondendosi sotto il tavolo. Ormai le pietanze sono già nel piatto e rischiano di freddarsi, così la mamma riordina velocemente al posto del bambino e lo fa sedere  a tavola. In questo caso la scenata di rabbia ha consentito al piccolo di ottenere esattamente ciò che desiderava (non riordinare le sue cose) e con molta probabilità si ripeterà in futuro, quando gli verrà chiesto nuovamente di fare qualcosa che non gli aggrada.

 

Qual è lo stile educativo migliore?

    Ricerche recenti hanno dimostrato che alcuni stili educativi favoriscono, più di altri, l’emergere di condotte aggressive nei bambini.

 

    Un genitore autoritario, che impone al figlio una serie di regole rigide, stabilite a priori e imposte dall’alto (“A tavola non si gioca con la forchetta perché lo dico io!”)  e che adotta metodi di punizione coercitivi, nei termini di denigrazione e costrizione fisica, finisce per generare nel bambino un forte senso di frustrazione e di impotenza. Inoltre l’adulto, ponendosi come modello di comportamento violento, legittima la messa in atto di condotte aggressive anche da parte del figlio. Alcuni genitori considerano la vita una lotta continua e trasmettono ai bambini la convinzione che sia necessario affrontarla con tutta l’aggressività di cui si dispone per evitare di venire assoggettati, umiliati o persino emarginati. Così facendo connotano il comportamento aggressivo positivamente, annoverandolo tra le modalità utili per farsi strada nella vita, per dimostrarsi coraggiosi e capaci di battersi per far valere le proprie ragioni.

    D’altro canto, uno stile educativo permissivo, che non propone regole chiare di comportamento, che concede al bambino molte trasgressioni, che cerca di evitare al piccolo ogni forma di frustrazione, gli impedisce di acquisire sufficiente sicurezza in se stesso e capacità di autoaffermazione. Il genitore permissivo spesso supervisiona poco le frequentazioni del figlio e ciò aumenta la possibilità che il ragazzo incontri nel gruppo modelli di condotta scorretti.

   

    Altri genitori adottano uno stile educativo incoerente, alternando atteggiamenti permissivi e autoritari in modo apparentemente casuale. Al mattino, quando sono carichi di energia, prestano attenzione ai minimi dettagli e richiamano il bambino per ogni sciocchezza, mentre alla sera, dopo una lunga giornata di lavoro, concedono al figlio ogni cosa purché non urli e faccia capricci. Anche in questo caso il bambino, privo di chiari punti di riferimento, rischia di crescere ansioso, insicuro e disorientato.

   

   Indubbiamente, lo stile educativo migliore è quello autorevole. In questo caso, il rapporto genitore-figlio è caratterizzato da reciproco rispetto; le regole vengono definite in modo chiaro, tenendo conto anche delle esigenze del bambino e sono frutto di un processo di negoziazione. Grazie a questo tipo di interazioni, il piccolo sviluppa una buona identità personale e impara ad auto affermarsi in modo costruttivo.

 

Bibliografia