Studio di Psicologia e Psicoterapia                                Dott.ssa Catulla Contadin                                      Noventa Vicentina - Vicenza

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Dott. Catulla Contadin - Psicologa infantile - Psicoterapeuta - Noventa Vicentina (Vicenza)

Uffa! Non voglio andare a scuola

Come comportarsi nei casi di rifiuto scolastico?

     L’ingresso del bambino nella scuola (nido, scuola d’infanzia o primaria) costituisce  un momento di grande cambiamento e porta con sé una buona dose di incertezza. È una sorta di “debutto in società” che può creare ansie e timori e che andrebbe adeguatamente preparato.

 

    Ogni bambino ha i propri tempi di ambientamento; qualcuno riesce a legarsi alle insegnanti o a dei compagni più grandi abbastanza velocemente e ad interessarsi alle numerose attività che la scuola offre nel giro di qualche settimana, mentre altri bambini faticano a staccarsi dai genitori e necessitano di tempi più lunghi.

    Questi comportamenti esprimono la comprensibile diffidenza del bambino nei confronti di persone e ambienti sconosciuti e non devono destare preoccupazione se tendono a diminuire fino a scomparire nel giro di un mese di frequenza. Tuttavia, se le crisi di angoscia permangono e le assenze si protraggono nel corso dell’intero anno, potremmo essere in presenza di un problema di rifiuto scolastico.

   

   Kearney (2010) definisce il rifiuto della scuola come “l’incapacità del bambino a mantenere un funzionamento appropriato all’età rispetto alla frequenza scolastica o una mancanza di coping adattivo agli stress collegati a tale contesto”.

 

Quali sono i sintomi più evidenti di questo problema?

   Al mattino, quando è il momento di prepararsi per andare a scuola, i bambini più piccoli fanno capricci, chiedono insistentemente ai genitori di tenerli a casa o di portarli al lavoro con sé, piangono, lamentano mal di testa, mal di pancia, in alcuni casi hanno veri e propri conati di vomito. Alcuni bimbi scappano e si nascondono per non farsi trovare, diventano aggressivi verbalmente e fisicamente. I ragazzi più grandi possono riuscire a convincere i genitori a farli entrare a scuola un’ora più tardi o possono indurli a venire a prenderli prima della fine della giornata.

 

   Per i genitori la situazione può essere difficilmente gestibile; da un lato si sentono frustrati perché questi comportamenti del figlio causano conflitti familiari e ritardi al lavoro, dall’altro si chiedono fino a che punto si tratti di futili capricci e quanto invece siano manifestazione di un’angoscia profonda che attanaglia il proprio bambino.

 

    È possibile distinguere due forme principali di rifiuto scolastico:

  • acuto: il problema si manifesta per almeno due settimane (e può protrarsi per un intero anno scolastico) e ha profonde ripercussioni sulla vita quotidiana familiare;

  • cronico: la difficoltà permane per almeno due anni scolastici.

 

    È importante non confondere i bambini che presentano un rifiuto della scuola con quelli che si assentano spesso per motivi diversi (malattie croniche, disturbi di apprendimento, dell’umore, della condotta, eccessivo permissivismo dei genitori, ecc).

 

    Il rifiuto scolare sembra essere un problema che riguarda in egual misura maschi e femmine ed è indipendente dalla classe sociale di appartenenza.

 

   Come capire se il bambino ha una fobia della scuola

o fa semplicemente il furbetto e non ha voglia di impegnarsi?

 

     Berg (1969) suggerisce di prendere in considerazione l’aspetto della volontà e distingue i “lavativi” dai “fobici” in base ad alcuni atteggiamenti tipici.

I lavativi:

- non provano ansia o paura eccessiva nel frequentare le lezioni;

- non lamentano disturbi fisici;

- hanno una frequenza discontinua;

- nascondono spesso le assenze ai genitori e vagabondano per le strade durante l’orario scolastico;

- commettono spesso azioni antisociali.

I fobici:

- provano grave sofferenza emotiva (paura, infelicità, ecc.);

- lamentano malattie senza causa organica (cefalea, crampi allo stomaco, vertigini, ecc.);

- fanno assenze prolungate;

- i genitori generalmente sanno se rimangono a casa;

- non presentano disturbi antisociali significativi.

 

Quali sono i motivi che possono indurre un bambino a temere la scuola?

  1. Il bambino cerca di evitare situazioni spiacevoli che provocano emozioni negative (ansia, paura, umore depresso, dolori psicosomatici). Alcuni bimbi, ad esempio, sono spaventati dall’idea di dover salire sullo scuolabus dove incontrano compagni più grandi che fanno confusione e li prendono in giro, altri si sentono a disagio quando devono attraversare il cortile o percorrere i corridoi dell’edificio scolastico perché temono di non riuscire più a trovare la propria aula.

  2. Il soggetto tenta di evitare situazioni sociali avversive. Ad esempio, molti alunni sono spaventati dalle interrogazioni o dalle verifiche scritte, sono a disagio quando viene chiesto loro di parlare di fronte ai compagni o quando devono confrontarsi con gli altri durante gare sportive o giochi di tipo competitivo. Anche la paura di interagire con qualche insegnante un po’ severo o con dei compagni di classe aggressivi induce spesso i bambini a chiedere di rimanere a casa durante la settimana.

  3. Il bambino desidera ricevere attenzioni da persone a lui care al di fuori della scuola. È il caso di quei bimbi che non vogliono frequentare perché sentono il bisogno di stare sempre a contatto con mamma e papà. Alla base di questo desiderio può esserci un problema di ansia da separazione, che suscita nel bambino una forte angoscia e il timore che ai familiari possa accadere qualcosa di brutto quando sono lontani da lui.

  4. Il soggetto cerca di ottenere gratificazioni al di fuori dell’ambiente scolastico. Alcuni bambini, ad esempio, preferiscono stare a letto di più al mattino, giocare con qualche amichetto a casa dei nonni, guardare la tv o andare a fare una passeggiata con la baby-sitter piuttosto che frequentare la scuola.

 

    In alcuni casi, il rifiuto scolastico può essere dovuto a due o più di questi motivi.

 

   Il primo passo da compiere per affrontare in modo efficace la situazione consiste nell’identificare con precisione quali vantaggi ottiene il bambino evitando la scuola.

 

   L’approccio cognitivo-comportamentale parte da questo presupposto: il rifiuto della scuola è un comportamento problema che l’alunno ha appreso, perciò può essere disappreso attraverso l’impiego di tecniche specifiche.

 

    L’obiettivo del trattamento è duplice:

  • indebolire la relazione tra la frequenza della scuola e le emozioni negative ad essa associate;

  • assicurarsi che il comportamento desiderato (andare a scuola tutti i giorni) venga rinforzato in modo appropriato.

 

   Per riuscire nell’intento è necessaria la collaborazione di tutte le persone coinvolte: genitori e altri familiari significativi, insegnanti e psicologo infantile.

Può essere utile cambiare scuola al bambino?

    È opportuno evitare le soluzioni semplicistiche: cambiare scuola al bambino in genere non risolve il problema ma lo complica. Venendo meno la familiarità con l’ambiente, il personale scolastico e gli insegnanti, il bambino potrebbe sentirsi ancora più in difficoltà. È preferibile capire che cosa crea ansia all’alunno, cercare di rendere l’ambiente scolastico più accogliente e rafforzare la fiducia in sé del piccolo, consentendogli di affrontare lo stress  in modo più adattivo.

BIBLIOGRAFIA

Kearney C.A. e Albano A.M. (2010), Quando i bambini rifiutano la scuola. Una guida alla terapia cognitivo-comportamentale. Franco Angeli.